Un nuovo universo sonoro
È l’esigenza di “rinnovare” la ricerca interpretativa sulla musica barocca che motiva e guida I Virtuosi delle Muse. La costante e accurata indagine filologica non limita, tuttavia, il gusto e la sensibilità di questo organismo strumentale che dà vita ad interpretazioni sempre nuove ed originali. La tendenza ad imporre un unico ed indiscutibile modo di interpretare tale repertorio lo ha spesso limitato ed etichettato quale musica statica e tediosa.
La certezza che il linguaggio barocco sia invece caratterizzato da una scrittura che offre ampi margini di libertà (sia sul piano della strumentazione che dell’interpretazione) ha indotto I Virtuosi delle Musea rendere più vivo e più ricco di possibilità timbriche l’organico orchestrale (vedi l’utilizzo della Viola d’amore e della Viola tenore).
La musica italiana, a differenza di quella degli altri paesi europei, è spesso tramandata da partiture poco definite e, talvolta, appena abbozzate. Per le loro indeterminatezze, non di rado, anche le versioni definitive di tali pagine musicali offrono un largo margine di intervento all’interprete.
Infatti, il compositore spesso si limitava a definire graficamente solo un semplice canovaccio musicale per l’interprete, che lo completava in fase esecutiva. Tale pratica era una costante sia in ambito strumentale che vocale.
Ne è un esempio la testimonianza del magistrato ed erudito francese Charles De Brosses che, intorno al 1720, assistette ad una esecuzione dell’orchestra diretta da Antonio Vivaldi. In quella occasione scoprì un massiccio e variegato uso delle dinamiche con improvvise contrapposizioni di piano e forte non segnate in partitura ma realizzate dagli interpreti che obbedivano al proprio gusto esecutivo. È anche a tale pratica musicale che I Virtuosi delle Muse si riferiscono quando vanno oltre i segni grafici presenti nella partitura e puntano l’attenzione sull’aspetto dinamico, agogico e timbrico, raccogliendo così l’eredità esecutiva del mondo barocco senza tuttavia rinunciare, in pari tempo, a sviluppare la propria libertà e a coltivare il proprio estro interpretativo.
Si ascolti ad esempio il CD di Ouverture d’Opera di Antonio Vivaldi pubblicato dall’etichetta svizzera Divox Antiqua. Uno degli elementi più innovativi in tale registrazione è l’inserimento della Viola d’amore. Le motivazioni che hanno indotto I Virtuosi delle Muse ad introdurre nell’orchestra vivaldiana tale strumento sono legate all’attenta analisi dei testimoni, dell’iconografia e delle problematiche musicali dei secoli XVII e XVIII.
Nel constatare la limitatezza del repertorio solistico della Viola d’amore ci si è chiesti come giustificare il forte interesse dei maestri liutai del tempo per questo strumento. Infatti, nel corso del 1600/1700, nelle grandi botteghe artigiane italiane e tedesche vide la luce un numero straordinariamente alto di strumenti di qualità eccelsa. Non risulta perciò azzardato pensare che la Viola d’amore fosse ampiamente utilizzata all’interno delle compagini orchestrali che ricavavano dalla Viola, grazie alle corde di risonanza capaci di vibrare simpaticamente con gli altri strumenti, un suono più avvolgente e ricco di armonici.
Lo stesso timbro della Viola d’amore è caratterizzato da uno spettro armonico particolarmente complesso e adatto all’orchestra vivaldiana, che dunque ci guadagna in espressione e colore. Da qui la scelta de I Virtuosi delle Muse di introdurre lo strumento nei movimenti lenti e, talvolta, anche negli Allegri, conferendogli non solo le parti normalmente affidate alle viole contralto o tenore, ma riservandogli anche un ruolo che non si limita a quello del raddoppio della linea del basso.
Uno degli aspetti che maggiormente denota la seconda produzione discografica de I Virtuosi delle Muse, Viaggio a Venezia (Divox), è la ricerca di una cantabilità tutta “vocale”. Per le sue innumerevoli possibilità timbrico-espressive la voce umana può essere considerata lo “strumento” per eccellenza. Come il pittore utilizza la vasta gamma di colori offerta dalla propria tavolozza per riprodurre il soggetto prescelto, così I Virtuosi delle Muse imitano la voce ricercando e sfruttando le innumerevoli possibilità timbrico-dinamiche offerte dagli strumenti con montatura storica.
È in definitiva la spiccata sensibilità per le sfumature timbriche e dinamiche che caratterizza il “suono” de I Virtuosi delle Muse. La continua e raffinata ricerca di soluzioni musicali, espressive e coloristiche sempre nuove fa di tale gruppo strumentale, nel panorama musicale internazionale, un nuovo modello di fantasioso rigore interpretativo.
Sin dall’uscita del primo CD, pubblicato per Divox Antiqua e dedicato alle Sinfonie d’Opera di Vivaldi (accolto con ampi consensi di critica), I Virtuosi delle Muse si sono presentati alle platee internazionali senza celare una delle loro più caratteristiche inclinazioni: quella per il melodramma e il teatro dell’opera. Tale predilezione si palesa per via di un approccio interpretativo personale ed innovativo ad un tempo, nel cui ambito si innesta una attenta e incessante ricerca sul suono, finalizzata alla resa delle più riposte nuances musicali, condotta anche grazie ai meticolosi studi organologici del Konzertmeister Jonathan Guyonnet sull’impiego degli archi e delle corde storici. Proprio muovendo da uno studio approfondito delle prassi esecutive barocche, I Virtuosi delle Muse perseguono una interpretazione che privilegia tuttavia i più ampi contrasti drammatici. Tale idea non si riduce, come si sarebbe portati a pensare, ad un mero accostamento di colori ed elementi fortemente antitetici, volto a captare gli applausi del pubblico; si innesta bensì su una ricerca musicale di portata ampia, votata alla mimesi degli affetti dell’animo umano, per loro natura cangianti e talvolta contraddittori. Ecco perché in quattro anni di attività I Virtuosi delle Muse si sono fatti apprezzare come un’orchestra capace di interpretare, a volte con grazia, a volte con piglio deciso e colori ben timbrati, la musica barocca, “declamandone” gli affetti come si trattasse di una partitura teatrale d’inusitate passioni.
Per la loro intrinseca natura le interpretazioni dei Virtuosi delle Muse ben si adattano all’opera, all’oratorio, alle cantate e alla musica rappresentativa in generale, contesti in cui la lettura, pur centrata sulle caratteristiche peculiari del gruppo, asseconda il rapporto testo-musica. In tale ambito anche le più minute sfumature della scrittura, del ritmo metrico derivato dall’alternanza delle sillabe (che arricchiscono la linea melodica come sprezzatura, non solo nei recitativi, ma anche nelle arie), vengono sottolineate, valorizzate, bilanciate dall’orchestra, secondo un uso appropriato delle dinamiche, delle articolazioni, della inegalité. A proposito di quest’ultimo aspetto, anche la fluttuazione del tempo viene intesa come un elemento al servizio della espressività del canto.
Queste, unitamente alla ricerca di una tavolozza timbrica il più possibile ampia, sia in ambito orchestrale che nelle soluzioni vocali, costituiscono importanti novità sul versante interpretativo, aggiungendo all’esecuzione tratti distintivi personali ed incisivi.
Uno dei punti di forza dell’orchestra, elemento sempre evidenziato in sede critica, è la perfetta sinergia tra il direttore Stefano Molardi, responsabile delle scelte musicali, interpretative e di concertazione, e Jonathan Guyonnet, primo violino, coordinatore degli archi e mediatore tra il direttore e le sezioni d’orchestra.

